Il ruolo storico del precariato

In Italia abbiamo assistito nell’ultima decade alla nascita di una nuova categoria di lavoratori e di persone: i precari. Generalmente termine associato a chi si trova “senza fisso impiego” e passa da un’attivitá lavorativa all’altra nel giro di pochi mesi se non poche settimane.

L’impatto del precariato nel mondo culturale italiano é stato enorme, tutti abbiamo in famiglia uno o piú precari, si tratta – di fatto – della categoria di lavoratori piú estesa nel nostro paese per quanto riguarda la fascia giovanile di popolazione. L’INPS ci comunica freddamente la stipula durante l’ultimo biennio di oltre 6 milioni e mezzo di nuovi contratti a termine, piú di 2 milioni e mezzo di contratti di somministrazione e piú di un milione di contratti di lavoro intermittente. Questo senza contare le cifre degli apprendistati e dei lavori stagionali. Tra gli idonei al lavoro, circa il 16% della popolazione italiana é precaria, se contiamo che del restante oltre il 10% é disoccupata (il 32% degli under 25 a dirla tutta) é facile vedere che si tratta di qualcosa con cui praticamente tutti hanno a che fare.

Ora, io non sono certo un fan del posto fisso o del lavoro dipendente, eppure ritengo fondamentale analizzare l’impatto che ha avuto l’avvento del precariato nella cultura italiana, tanto forte da permetterci quasi di risalire al suo ruolo storico nella societá e nella cultura italiana stessa.

Abbiamo paesi vicini che hanno un rapporto con il precariato di ben piú lunga durata e di maggiore entitá, altrove, peró, la mobilitá sociale e lavorativa é un fattore economico e culturale acquisito da tempo, mentre per noi si tratta di una novitá assoluta. La cultura del lavoro italiana é basata sul lavoro dipendente, sul posto fisso e la relativa sicurezza economica che ne deriva. Un licenziamento, un cambiamento professionale sono culturalmente fonte di timore e tremore. L’incontro con il precariato é stato quindi un vero e proprio shock culturale, e ci ha portato a due risposte emotive:

  1. La paura costante di non trovare il prossimo lavoro.
  2. La tacita rassegnazione alla miseria materiale e morale.

La prima di queste risposte emotive é quella che ci tiene costantemente all’erta, e costretti ad accettare ogni condizione contrattuale, per quanto frustrante o addirittura degradante, perché in assenza di certezze o assicurazioni dobbiamo tenerci stretta ogni occasione di racimolare anche solo quei due soldi che ci permetteranno di pagare una bolletta in piú e chiedere un degradante aiuto in meno a parenti con qualche soldo in piú di noi. In questo clima di costante ricatto emotivo ed economico la risposta culturale é nella rinuncia a ogni pretesa o diritto, e nel senso di colpa derivato dal non essere mai veramente autosufficiente.

La seconda risposta emotiva é forse una conseguenza della prima, o un suo perfezionamento “antropologico”. Il principale problema nell’impatto tra il precariato e l’italianitá é infatti la questione identitaria: il lavoro, storicamente, descrive l’identitá del professionista che lo compie e questo vale dal pastore sardo (mai esempio fu piú attuale) al direttore di banca. Il precario ha preclusa la possibilitá di identificarsi con la propria professione perché non ne possiede una. Si barcamena tra molteplici identitá possibili senza mai riuscire a trovare se stesso e il proprio posto nel mondo. Non gli resta quindi che identificarsi con la figura del precario stesso, una figura che si mostra nell’immaginario culturale collettivo come miserabile e fallimentare.

Questo discorso dall’aria tanto teorica ha in realtá dei risvolti pratici e storici disastrosi. Rinunciando a ogni pretesa e diritto, pregni del senso di colpa della propria inadeguatezza materiale, accettiamo il nostro destino di miseria materiale e morale. Sappiamo infatti che ogni alzata di capo sará inevitabilmente punita nel nostro curriculum vitae, nelle nostre referenze, con dirette conseguenze sulle nostre chance di trovare il prossimo impiego. Rassegnati a questo siamo ancora piú disposti alla rinuncia del diritto, e se necessario della dignitá. In fondo SIAMO precari: quindi non abbiamo una dignitá professionale siamo degli eterni miserabili.

Il ruolo storico del precariato si configura quindi in Italia come quell’incontro culturale necessario al passaggio da una cultura del lavoro solida e fondata sul diritto a una cultura del lavoro basata invece sulla paura, sulla cessione del diritto e la generalizzata accettazione passiva dello sfruttamento. Nell’acquisizione di una identitá personale di sfruttato, di miserabile, unico responsabile della propria natura di fallito. Una percezione di sé assolutamente comoda per il piccolo o grande sfruttatore di turno.

Paradossalmente non sto con questo articolo facendo una demonizzazione del lavoro flessibile (termine ben piú nobile di precariato), come premesso non sono mai stato un fan del posto fisso e del lavoro dipendente. Ma é fondamentale sottolineare quanto sia stato disastroso l’impatto di un sistema lavorativo nuovo in un territorio che non era pronto a riceverlo né in termini strutturali né culturali. Si tratta di uno scontro che provoca sempre vittime, e la lentezza istituzionale italiana e l’ostinato conservatorismo della sua cultura sono giganti che si abbattono inevitabilmente contro ogni tipo di novitá culturale.

Verrà quel giorno
il giorno è venuto
che ricorderemo
i precari del lavoro
come alla Liberazione
con i fiori e le bandiere
i caduti della guerra
nel conflitto mondiale

Ascanio Celestini

Dobbiamo scrollarci di dosso il peso del precariato. Non si tratta di qualcosa che é possibile combattere in termini strutturali, ma culturali. Anzi, continuare a cercare soluzioni strutturali come risposte istituzionali, aiuti piú o meno validi, o rappresentanza di categorie troppo fluide per essere rappresentate, puó contribuire a ledere il nostro problema identitario.

Dobbiamo trovare la nostra identitá altrove, oppure dare nuova dignitá alla nostra flessibilitá. Non é qualcosa che sovrastrutture e istituzioni hanno interesse a fare: per qualsiasi tipo di potere, un popolo depresso e pieno di sensi di colpa é comunque preferibile a un popolo attivo e attento alla propria dignitá. Non permettiamo a nessuno di calpestare la nostra dignitá: quel posto di 3 mesi a 4 euro l’ora non risolverá mai i nostri problemi economici, ma potrebbe farci a pezzi, auto-relegandoci a un rolo da gregario, da comparsa, in quella che dovrebbe essere la nostra vita. Non guardiamo indietro, é impossibile tornare al passato, al posto fisso, alla “sicurezza”, ma cerchiamo di capire quali strade possiamo percorrere per uscire da un labirinto in cui ci sentiamo ficcati dentro nostro malgrado. Alziamoci e guardiamolo dall’alto: é l’unico modo per trovare la via d’uscita.

Quando racconto a qualcuno che ero in qualche film importante tutti mi dicono che si ricordano delle scene in cui appaio, ma io lo so che mentono. Perché la mia faccia è uguale a quella di tanti altri, di tutte le decine di comparse del film. E anche se vuoi far finta che non è vero, gli unici che ti ricordi, alla fine, quando scorrono i titoli di coda, sono i protagonisti, i buoni e i cattivi.
Quelli che la vita la vivono davvero.

Precari Abroad

Traslochi

Traslocare è un po’ come morire, per rinascere e ricominciare.

Bah.

Così sarebbe se l’essenza si situasse nella forma, quanto al contenuto… beh, lo ficchiamo in scatoloni grandi e piccoli e ce lo portiamo dietro. Lo riposizioniamo, e spesso neanche quello. Il contenuto resta lo stesso, per quanti restyling ci vengano offerti. Un vero trasloco implicherebbe spostarsi, lasciando tutto, ma proprio tutto, nel vecchio appartamento, dal libro di ricette della nonna alla carta d’identità. Bien, si ricomincia.

Quante volte sognate di ricominciare, mollare tutto, scappare via, cancellarvi dal mondo per ricominciare daccapo? Eh?

Puttanate. Non lo sognate, vi fregate in partenza, chiacchierate, ma neanche ci pensate lontanamente a cambiare vita. Perchè in fondo vi piace, lamentarvi intendo, vi piace assai.

Fatelo, sfogate tutte le vostre lamentele, dall’impiegato delle poste lento e lavativo alla pioggia causa del governo ladro. Quanto vi piace lamentarvi, e visto che vi voglio bene ho voglia di leggermi tutti i vostri sfoghi.

A meno che… a meno che qualcuno non racconti un bel trasloco. Uno vero, un cambiar vita, un rinascere.

Rinascere non significa per forza abbandono, è anche e soprattutto un tornare alla vita, un riprendersi il proprio sè. Una nota di speranza. Fatemi sperare, oppure lamentatevi, a voi la scelta.

Va’ pensiero

Breve racconto metropolitano

Cammino in strada, tra cumuli d’immondizia, attraverso lo statale tra carcasse d’animali investiti e lasciati a decomporre al sole.

Il caldo è insopportabile.

Oltrepasso un accampamento seminascosto nell’erba alta, so che è infestato d’insetti. Un paio di abitanti mi salutano, li ricambio. I jeans si appiccicano alle gambe.

Sbatto via un ragno che mi cammina sul braccio e vedo due macchine sul ciglio della strada, ferme con le quattro frecce. I proprietari sono sull’asfalto e si gridano addosso, il paraurti della macchina davanti è ammaccato. Sono indeciso se chiamare qualcuno, dato che stanno per arrivare alle mani per un graffio su un paraurti che, in quanto tale, non ha fatto altro che svolgere il proprio dovere.

Sbuffo, tiro su le maniche già corte della maglietta. C’è una discarica poco distante, si vede un mucchio di rifiuti in lontananza e la puzza è insopportabile. Grondo di sudore. Sento qualcosa che sale dallo stomaco. Ho bevuto troppo ieri sera e non si combina bene con il caldo, mi appoggio ad un lampione e libero fluidi e bile in eccesso.

Quando alzo gli occhi una puttana mi offre un paio di fazzoletti, la ringrazio, mi sorride. Ho l’affanno, mentre mi rimetto in sesto ascolto la sua storia. Ma non vengo certo a raccontarvela, bisogna guadagnarseli questi capolavori del vissuto.

Attraverso altri dieci, cento, mille quotidianità.

Va pensiero, vola alto su questa realtà, terribile, necessaria e autentica.

Va pensiero, osservala, vivila,

e fagliela vedere.