Buongiorno 2019

Breve racconto di capodanno

Si alzò dal letto, infastidita dalla presenza della sveglia, anche se non suonava. Incurante del freddo e del mal di gola, andò alla finestra, poggiando le mani sul davanzale per guardare la gente affrettarsi in strada, intabarrata in cappotti, sciarpe e cappelli. Dove si affrettavano poi, con quei nasi rossi ancora mezzi sbronzi dalla sera prima?

Un’aria fastidiosa, persone dallo sguardo irritante, innervosite dalla fretta di dover fare gli auguri a tutti, nessuno escluso.
Non aveva molto a cui pensare, è sempre così durante le prime mattinate del nuovo anno. Ci si aspetta sempre che qualcosa cambi radicalmente, improvvisamente, come nelle riciclate trame dei romanzi d’appendice. Lei no, non s’aspettava nulla. Le litrate di vino e spumante non si erano portate via il governo gialloverde, e l’Italia continuava ad essere una polveriera di ignoranza e bigottismo, senza avere idea del catrame che vomitavano su bambini che giocavano ai baluardi del sovranismo da bar sport. Bambini che, con l’arrivo di Babbo Natale, divennero tutti più buoni, per ricevere i propri doni. Quel ministro continuava a condividere le foto del cenone, e la frontiera a farsi più vicina.

E lei sorrise, prendendo la decisione più importante dell’anno (anche perché l’anno era appena iniziato): “da oggi la smetto con il pandoro, almeno fino a dicembre prossimo”.

Lettera a un disilluso

Caro disilluso,
ti scrivo questa lettera per parlare di te, e di me.
In cosa credi? In nulla, vero? Sai che tutto è un’illusione, che niente è vero e soddisfacente, che niente, nessuno potrà più emozionarti, stupirti. Perchè hai già dato, hai già dato molto e non hai voglia di rimetterti in mezzo. Hai vissuto tanto, hai fatto tante esperienze ma nulla è capace di soddisfarti, perchè sai bene che tanto, alla fine, la fortuna tocca sempre ai soliti stronzi.

Tu che conosci bene l’arte di sorridere con sufficienza a quel giovane che ci crede ancora, tu che non ti risparmi mai una predica, solo per il suo bene s’intende, della ragazza che ancora sogna.

Ti scrivo per dirti che non voglio arrendermi a te, nonostante porti qualcosa di te all’interno, come tutti quanti; ma trasformarsi completamente in te significherebbe morire. E non ne ho voglia, non ancora. Sono ancora troppo pieno di vita, troppo affamato d’emozioni per venderti l’anima. Quindi, nonostante gli inviti continui ad assomigliarti che generosamente invii a chiunque non sia come te, mi dispiace ma sono costretto ancora a credere.

Declino quindi la tua gentile proposta, e sono certo di non essere il solo, come sono certo che il tuo party sarà pieno d’ospiti illustri, e di molti dei nostri vicini di casa, dei nostri amici e dei nostri genitori.

Cordiali saluti

Riace: utopie da NON realizzare

L’utopia è per sua natura qualcosa di irrealizzabile, qualcosa verso cui tendere cercando di avvicinarsi più possibile al modello ideale.

Molti paragonano Riace a unutopia, l’errore è proprio nel non capire che un’utopia non può per sua natura essere realizzata. Riace è un modello che tende all’utopia e – in quanto tale – deve essere apprezzato.

Non entro nel merito delle irregolarità sollevate dal Viminale in relazione ai dettagli dell’ormai noto modello d’integrazione “fuorilegge”, per chi ha interesse ad approfondire i punti d’irregolarità consiglio il breve ma esplicativo articolo di Butac (http://www.butac.it/riace-il-documento-del-viminale/). Voglio piuttosto soffermarmi su un concetto.

La disubbidienza civile è l’unica cosa che – storicamente – ha portato dei cambiamenti sociali in Italia. Nessun partito riformista, nessuna alternanza di governo, nessun ricambio della classe dirigente: null’altro che la pura e semplice disubbidienza civile.

Certo, questo tipo d’azione implica delle conseguenze, e chi l’ha portata avanti, parlo naturalmente del sindaco di Riace, Lucano, ne sta pagando lo scotto che – sono sicuro – accetta con l’orgoglio del giusto.

“Il giusto”, esatto, perché Legge e Giustizia non sono sempre dallo stesso lato della barricata e la disubbidienza civile serve proprio a ricordarcelo e mostrarlo. I prefetti e i funzionari agiscono e si esprimono come impone il loro senso del dovere, nulla da obiettare. Ma le persone agiscono e si esprimono nelle parole e nei fatti in base a coscienza e senso di giustizia. Gli stessi sentimenti che provocano il cambiamento, l’evoluzione sociale di un popolo.

Riace non è un’utopia, ma è ciò che più vi si avvicina. Non lo è a causa delle irregolarità che sembra aver dovuto compiere, ma si avvicina ad esserlo per l’effettivo, reale, beneficio che ha portato non solo alla sua comunità autoctona, ma alle centinaia di esseri umani salvati da destini ben più miserevoli.

Mi auguro che la decisione di chiudere il modello Riace venga solamente dallo zelo di funzionari troppo dediti al dovere, consapevoli del conflitto in atto tra legge e giustizia, soprattutto in una terra – la Calabria – che troppo spesso vede l’assenza di entrambe.

E sottoscrivo le parole del presidente della Regione Calabria, Mario Oliverio:

È una decisione assurda ed ingiustificata. Mi auguro che dietro tale decisione non si celi l’obiettivo di cancellare una esperienza di accoglienza, estremamente positiva, il cui riconoscimento ed apprezzamento è largamente riconosciuto anche a livello internazionale. Chiedo al ministro dell’Interno di rivedere questa decisione“.