Tra bullismo, classismo e chiacchiere

La polemica sul bullismo è una di quelle che di tanto in tanto si affacciano ad animare il dibattito pubblico. Stavolta però c’è qualche piccola differenza, motivo per il quale il chiacchiericcio si protrae più del solito. Da un lato c’è il dibattito politico sulla formazione del governo che ci lascia affamati di qualcos’altro a cui pensare, dall’altro il caso specifico divenuto virale ritrae un professore che viene bullizzato dai suoi studenti, al contrario del classico, più accettabile, pestaggio tra ragazzini.

Vi risparmio il riassunto della polemica che – se state leggendo questo articolo – conoscete benissimo, mi limito a qualche riga di dialogo per inquadrare il punto:

– Colpa dei genitori assenti!
Reintrodurre le punizioni corporali!
Colpa del professore incapace!

Fin qui nulla di originale, nonostante l’insolito scenario. Fino all’arrivo a gamba tesa nel dibattito di Michele Serra che ha spostato l’attenzione dal bullismo al classismo: sono le classi sociali deboli a produrre bulli? Sono le condizioni familiari, il livello culturale? Oppure – come rispondono i molti critici dell’editorialista – il bullismo è un fenomeno ben più diffuso tra i ricchi arroganti?

Personalmente non ho alcun interesse a entrare in conflitti sterili tra linee di pensiero basate sull’esperienza personale che mai e poi mai può far sociologia.

Quello su cui vorrei portare l’attenzione è sull’aspettativa di vita di chi entra in una scuola superiore. Non prendiamoci in giro, il liceo o l’istituto tecnico o professionale non vengono scelti in base a propensioni, tendenze intellettuali o intenzioni di carriera: generalmente vengono scelti a caso, o dai genitori, o dagli amici che vogliamo seguire nella nuova scuola dalle medie. Quel che è certo invece è che difficilmente faremo due ore di mezzi pubblici al giorno per andare a scuola e se viviamo in un contesto urbano disagiato questo inevitabilmente si riflette tra i banchi della classe.

Qual è la prospettiva di vita di chi cresce nelle estreme periferie, tra adulti assenti e depressi, ossessionati dall’arrivare a fine mese, o “comodamente” ai domiciliari dopo qualche attività poco legale? Quale la prospettiva di carriera che varia dal cantiere a vita per i ragazzi alla parrucchiera per le ragazze, entrambi rigorosamente a nero e sottopagati? Lì dove la tentazione di cedere all’illegalità è una costante fisiologica?

Con questo destino – chiodo fisso nella testa – si entra a scuola consapevoli di essere in un parcheggio temporaneo in attesa di essere abbastanza grandi da provare a mettere insieme qualche soldo, in un modo o nell’altro. Un parcheggio piuttosto noioso, che ha davvero poco di allettante ed evasivo rispetto all’immondizia che ci aspetta fuori.

Eppure qualcuno riesce a fuggire da quella realtà, a sviluppare una propria indipendenza dal contesto, dall’orrore del suburbano soffocante, combattendo la sua lotta per l’indipendenza ogni giorno, costruendo qualcosa di nuovo per sé e i propri figli.

E forse è proprio questa scintilla di speranza il punto. Aspettare l’aiuto delle istituzioni è un’attesa vana: la periferia degradata esiste per necessità strutturali ben precise. Eppure la scuola in quelle zone potrebbe elevarsi, diventare qualcosa di diverso da un parcheggio, ribaltare i programmi ministeriali se necessario e iniziare ad insegnare la forza di volontà di chi ce la fa, di chi scappa, di chi trova un’alternativa migliore.

Insegnare che un destino diverso è possibile se si sviluppa abbastanza forza nelle gambe da correre ad afferrarlo.

Imparare a cancellare la rassegnazione e la disperazione.