Uomini e rifiuti

Un terrorista presunto viene torturato a Guantanamo; un ebreo viene dato alle fiamme a Dachau; una slovacca viene costretta a prostituirsi; un bambino kenyota deve mangiare erba e terra infestate da parassiti; un palestinese nasce, cresce e muore conoscendo solo macerie e morte; un funzionario amministrativo, tra pratiche e timbri, perde l’anima; un pensionato vede i suoi figli litigare per l’eredità che lascerà loro da morto, rendendosi conto che la sua unica utilità è morire; un gruppo di migranti affoga nel Mediterraneo; una precaria viene licenziata perché non accetta le avances del capo; un precario viene licenziato perché il capo vuole aumentarsi la paga; un handicappato espone il suo arto menomato per ricavare qualche spicciolo; un impiegato prende una gomitata nell’occhio tra la folla che si accalca per accaparrarsi gli ambiti posti a sedere sul tram; un clandestino muore in cantiere, e viene sepolto di nascosto; un barbone muore solo per strada, di freddo; uno zingaro viene spappolato da un treno che passa davanti alla baracca dove vive, che il comune ha deciso non può stare a meno di dieci chilometri dalla città.

Oppure potremmo dire:

Un uomo viene torturato a Guantanamo; un uomo viene dato alle fiamme a Dachau; una donna viene costretta a prostituirsi; un bambino deve mangiare erba e terra infestate da parassiti; un uomo nasce, cresce e muore conoscendo solo macerie e morte; un uomo, tra pratiche e timbri, perde l’anima; un uomo vede i suoi figli litigare per l’eredità che lascerà loro da morto, rendendosi conto che la sua unica utilità è morire; un gruppo di uomini e donne affoga nel Mediterraneo; una donna viene licenziata perchè non accetta le avances del capo; un uomo viene licenziato perchè il capo vuole aumentarsi la paga; un uomo espone il suo arto menomato per ricavare qualche spicciolo; un uomo prende una gomitata nell’occhio tra la folla che si accalca per accaparrarsi gli ambiti posti a sedere sul tram; un uomo muore in cantiere, e viene sepolto di nascosto; un uomo muore solo per strada, di freddo; un uomo viene spappolato da un treno che passa davanti alla baracca dove vive, che il comune ha deciso non può stare a meno di dieci chilometri dalla città.

Siamo Uomini o Rifiuti?
Sarà che nasciamo uomini e donne, e ci appioppiamo definizioni per diventare rifiuti.

Riace: utopie da NON realizzare

L’utopia è per sua natura qualcosa di irrealizzabile, qualcosa verso cui tendere cercando di avvicinarsi più possibile al modello ideale.

Molti paragonano Riace a unutopia, l’errore è proprio nel non capire che un’utopia non può per sua natura essere realizzata. Riace è un modello che tende all’utopia e – in quanto tale – deve essere apprezzato.

Non entro nel merito delle irregolarità sollevate dal Viminale in relazione ai dettagli dell’ormai noto modello d’integrazione “fuorilegge”, per chi ha interesse ad approfondire i punti d’irregolarità consiglio il breve ma esplicativo articolo di Butac (http://www.butac.it/riace-il-documento-del-viminale/). Voglio piuttosto soffermarmi su un concetto.

La disubbidienza civile è l’unica cosa che – storicamente – ha portato dei cambiamenti sociali in Italia. Nessun partito riformista, nessuna alternanza di governo, nessun ricambio della classe dirigente: null’altro che la pura e semplice disubbidienza civile.

Certo, questo tipo d’azione implica delle conseguenze, e chi l’ha portata avanti, parlo naturalmente del sindaco di Riace, Lucano, ne sta pagando lo scotto che – sono sicuro – accetta con l’orgoglio del giusto.

“Il giusto”, esatto, perché Legge e Giustizia non sono sempre dallo stesso lato della barricata e la disubbidienza civile serve proprio a ricordarcelo e mostrarlo. I prefetti e i funzionari agiscono e si esprimono come impone il loro senso del dovere, nulla da obiettare. Ma le persone agiscono e si esprimono nelle parole e nei fatti in base a coscienza e senso di giustizia. Gli stessi sentimenti che provocano il cambiamento, l’evoluzione sociale di un popolo.

Riace non è un’utopia, ma è ciò che più vi si avvicina. Non lo è a causa delle irregolarità che sembra aver dovuto compiere, ma si avvicina ad esserlo per l’effettivo, reale, beneficio che ha portato non solo alla sua comunità autoctona, ma alle centinaia di esseri umani salvati da destini ben più miserevoli.

Mi auguro che la decisione di chiudere il modello Riace venga solamente dallo zelo di funzionari troppo dediti al dovere, consapevoli del conflitto in atto tra legge e giustizia, soprattutto in una terra – la Calabria – che troppo spesso vede l’assenza di entrambe.

E sottoscrivo le parole del presidente della Regione Calabria, Mario Oliverio:

È una decisione assurda ed ingiustificata. Mi auguro che dietro tale decisione non si celi l’obiettivo di cancellare una esperienza di accoglienza, estremamente positiva, il cui riconoscimento ed apprezzamento è largamente riconosciuto anche a livello internazionale. Chiedo al ministro dell’Interno di rivedere questa decisione“.

Ogni volta che torno

Ogni volta che torno in Italia ho sempre una sensazione ambivalente. Da un lato vedo un paese sempre più stanco e rassegnato, dall’altro una inesauribile speranza che le cose non peggiorino.

Non si spera nel miglioramento, ma nel non-peggioramento.

E la gente fa di tutto per distrarsi: pensa al calcio, all’immigrazione, alle sterili litigate sui social, ai selfie, all’ultimo all-you-can-eat aperto vicino alla stazione centrale. Si distrae e non pensa alla miseria morale e materiale di cui si circonda.

Questo é un chiaro meccanismo di autodifesa, lo attiviamo perché abbiamo una gran paura di affrontare seriamente le cose, paura di renderci conto che gran parte del nostro problema siamo noi stessi, italiani, eternamente artefici della nostra stessa insoddisfazione.

Preferiamo la distrazione costante, perpetua, se va bene, o cercare un nemico da additare e contro cui sguinzagliare certi cani che votiamo come nostri degni rappresentanti.

Mi piacerebbe tornare in un’Italia che si rimbocca le maniche, che smette di lamentarsi a vuoto e si arma per reagire contro i soprusi inflitti dalla propria passivitá. L’Italia ha bisogno della più cruenta delle rivoluzioni: la rinuncia all’indulgenza verso se stessi. Da lí in poi la strada sarebbe tutta in discesa, significherebbe crescere, maturare, come persone e come popolo.

Parlate tanto di sovranità: ma quale sovranità potrà mai esercitare un popolo di bambini capace solo di dire “ha iniziato lui”?