Ogni volta che torno

Ogni volta che torno in Italia ho sempre una sensazione ambivalente. Da un lato vedo un paese sempre più stanco e rassegnato, dall’altro una inesauribile speranza che le cose non peggiorino.

Non si spera nel miglioramento, ma nel non-peggioramento.

E la gente fa di tutto per distrarsi: pensa al calcio, all’immigrazione, alle sterili litigate sui social, ai selfie, all’ultimo all-you-can-eat aperto vicino alla stazione centrale. Si distrae e non pensa alla miseria morale e materiale di cui si circonda.

Questo é un chiaro meccanismo di autodifesa, lo attiviamo perché abbiamo una gran paura di affrontare seriamente le cose, paura di renderci conto che gran parte del nostro problema siamo noi stessi, italiani, eternamente artefici della nostra stessa insoddisfazione.

Preferiamo la distrazione costante, perpetua, se va bene, o cercare un nemico da additare e contro cui sguinzagliare certi cani che votiamo come nostri degni rappresentanti.

Mi piacerebbe tornare in un’Italia che si rimbocca le maniche, che smette di lamentarsi a vuoto e si arma per reagire contro i soprusi inflitti dalla propria passivitá. L’Italia ha bisogno della più cruenta delle rivoluzioni: la rinuncia all’indulgenza verso se stessi. Da lí in poi la strada sarebbe tutta in discesa, significherebbe crescere, maturare, come persone e come popolo.

Parlate tanto di sovranità: ma quale sovranità potrà mai esercitare un popolo di bambini capace solo di dire “ha iniziato lui”?

Numeri clandestini

Non volevo parlare di politica. O meglio, non volevo parlare di partiti, di politici, dei vecchi e nuovi mostri della mediocrità al potere.

Non guardo ai politici con la rabbia di qualche anno fa, lo faccio ultimamente con una certa tristezza, con l’amarezza che il palazzo sarà sempre incapace di rispondere a qualsiasi esigenza umana, dove l’umanità è ridotta a una serie di cifre, di conti da far quadrare, di voti da raccogliere.

Numeri, numeri alti, talvolta troppo, di disoccupati, di violenze, di sbarchi, di chi non riesce neanche a sbarcare. Mentre si perdono i volti, la carne e il sangue degli esseri umani nascosti abilmente dietro al numero, dietro al non-umano, alla non-persona di un 1, 2, 3, 4.

Sono sempre stato scarso in matematica, non ho mai capito i numeri e forse non ci ho nemmeno provato, quel che ho sempre fatto è cercare di capire le persone, osservando, ascoltando, ragionando.

C’è un neo-ministro che ama parlare, e che ama i numeri, quelli dei sondaggi, dei voti, delle preferenze, e che riesce a muoversi attraverso di essi con l’abilità di un matematico. Non ne farò il nome perché è fin troppo facile capire a chi mi riferisco, e ogni volta che si scrive quel suo (paradossale, dato il significato) cognome sulla rete il suo ranking su Google cresce, e io – come ho detto – non sono un fan dei numeri.

Questo ministro dice con tanta disinvoltura che non metterebbe mai sua figlia su un barcone a rischio affondamento. Incapace di capacitarsi di come sia possibile per dei genitori mettere a rischio la vita di un figlio sperando in non si sa che cosa.

Quando capisci solo i numeri forse perdi di vista le persone. Bisogna vedere per capire. Bisogna vedere i bambini siriani che suonano tamburi improvvisati tra le strade di Smirne e Bodrum racimolando qualche soldo con cui comprare salvagente inutili con cui sperano di affrontare il Mediterraneo a gennaio, venduti da negozianti senza scrupoli. Bisogna vedere per capire, ministro della matematica. Orfani di genitori spazzati via da guerre alle quali (anche) noi offriamo il massimo supporto. Orfani dai 4 agli 8 anni che vivono tra i cartoni per le strade, tutti insieme, formando nuove famiglie di bambini. Molto spesso non c’è alcun genitore a mettere quel figlio sul barcone, ministro.

Sono questi i volti dietro i tuoi numeri.

Sono questi i rifugiati, i clandestini di cui avete tanta paura.