Lettera a un disilluso

Caro disilluso,
ti scrivo questa lettera per parlare di te, e di me.
In cosa credi? In nulla, vero? Sai che tutto è un’illusione, che niente è vero e soddisfacente, che niente, nessuno potrà più emozionarti, stupirti. Perchè hai già dato, hai già dato molto e non hai voglia di rimetterti in mezzo. Hai vissuto tanto, hai fatto tante esperienze ma nulla è capace di soddisfarti, perchè sai bene che tanto, alla fine, la fortuna tocca sempre ai soliti stronzi.

Tu che conosci bene l’arte di sorridere con sufficienza a quel giovane che ci crede ancora, tu che non ti risparmi mai una predica, solo per il suo bene s’intende, della ragazza che ancora sogna.

Ti scrivo per dirti che non voglio arrendermi a te, nonostante porti qualcosa di te all’interno, come tutti quanti; ma trasformarsi completamente in te significherebbe morire. E non ne ho voglia, non ancora. Sono ancora troppo pieno di vita, troppo affamato d’emozioni per venderti l’anima. Quindi, nonostante gli inviti continui ad assomigliarti che generosamente invii a chiunque non sia come te, mi dispiace ma sono costretto ancora a credere.

Declino quindi la tua gentile proposta, e sono certo di non essere il solo, come sono certo che il tuo party sarà pieno d’ospiti illustri, e di molti dei nostri vicini di casa, dei nostri amici e dei nostri genitori.

Cordiali saluti

Eroi incredibilmente umani

Cos’è un eroe?

Un eroe è chi immola la propria vita per una altro, un eroe è chi abbatte l’ostacolo supremo, un eroe è Prometeo che sfida gli déi e ruba loro il fuoco, sopportando per questo un’eternità d torture. Ulisse che grazie al suo ingegno supera mille ostacoli mortali. Un vigile del fuoco che estrae un’anziana dalle macerie di un terremoto, viva.

Un eroe è un mito, una leggenda, una persona che crea una suggestione tanto prepotente da colpire l’immaginario collettivo, da creare un mito, da rendersi immortale realizzando se stesso nella propria impresa.

Cos’è un eroe?

Qualcuno che riesce a crescere i propri figli senza farglielo pesare. Qualcuno che sopravvive senza il bisogno di rovinare la vita al prossimo. Qualcuno che si relaziona senza menzogne. Qualcuno che combatte la banalità per l’affermazione della propria banalità . Qualcuno che crede nella coerenza, anche senza sopravvalutarla, e disprezza per questo l’ipocrisia. Qualcuno che sa tenersi stretti i ricordi, e ne fa la narrazione della propria vita. Qualcuno che guarda l’altro come un essere umano di carne, sangue e emozioni, bandendo ogni etichetta. Qualcuno che non ha bisogno della crudeltà per affermare la propria presenza. Qualcuno che ama con libertà.

Qualcuno squisitamente umano.

Riace: utopie da NON realizzare

L’utopia è per sua natura qualcosa di irrealizzabile, qualcosa verso cui tendere cercando di avvicinarsi più possibile al modello ideale.

Molti paragonano Riace a unutopia, l’errore è proprio nel non capire che un’utopia non può per sua natura essere realizzata. Riace è un modello che tende all’utopia e – in quanto tale – deve essere apprezzato.

Non entro nel merito delle irregolarità sollevate dal Viminale in relazione ai dettagli dell’ormai noto modello d’integrazione “fuorilegge”, per chi ha interesse ad approfondire i punti d’irregolarità consiglio il breve ma esplicativo articolo di Butac (http://www.butac.it/riace-il-documento-del-viminale/). Voglio piuttosto soffermarmi su un concetto.

La disubbidienza civile è l’unica cosa che – storicamente – ha portato dei cambiamenti sociali in Italia. Nessun partito riformista, nessuna alternanza di governo, nessun ricambio della classe dirigente: null’altro che la pura e semplice disubbidienza civile.

Certo, questo tipo d’azione implica delle conseguenze, e chi l’ha portata avanti, parlo naturalmente del sindaco di Riace, Lucano, ne sta pagando lo scotto che – sono sicuro – accetta con l’orgoglio del giusto.

“Il giusto”, esatto, perché Legge e Giustizia non sono sempre dallo stesso lato della barricata e la disubbidienza civile serve proprio a ricordarcelo e mostrarlo. I prefetti e i funzionari agiscono e si esprimono come impone il loro senso del dovere, nulla da obiettare. Ma le persone agiscono e si esprimono nelle parole e nei fatti in base a coscienza e senso di giustizia. Gli stessi sentimenti che provocano il cambiamento, l’evoluzione sociale di un popolo.

Riace non è un’utopia, ma è ciò che più vi si avvicina. Non lo è a causa delle irregolarità che sembra aver dovuto compiere, ma si avvicina ad esserlo per l’effettivo, reale, beneficio che ha portato non solo alla sua comunità autoctona, ma alle centinaia di esseri umani salvati da destini ben più miserevoli.

Mi auguro che la decisione di chiudere il modello Riace venga solamente dallo zelo di funzionari troppo dediti al dovere, consapevoli del conflitto in atto tra legge e giustizia, soprattutto in una terra – la Calabria – che troppo spesso vede l’assenza di entrambe.

E sottoscrivo le parole del presidente della Regione Calabria, Mario Oliverio:

È una decisione assurda ed ingiustificata. Mi auguro che dietro tale decisione non si celi l’obiettivo di cancellare una esperienza di accoglienza, estremamente positiva, il cui riconoscimento ed apprezzamento è largamente riconosciuto anche a livello internazionale. Chiedo al ministro dell’Interno di rivedere questa decisione“.