Buongiorno 2019

Breve racconto di capodanno

Si alzò dal letto, infastidita dalla presenza della sveglia, anche se non suonava. Incurante del freddo e del mal di gola, andò alla finestra, poggiando le mani sul davanzale per guardare la gente affrettarsi in strada, intabarrata in cappotti, sciarpe e cappelli. Dove si affrettavano poi, con quei nasi rossi ancora mezzi sbronzi dalla sera prima?

Un’aria fastidiosa, persone dallo sguardo irritante, innervosite dalla fretta di dover fare gli auguri a tutti, nessuno escluso.
Non aveva molto a cui pensare, è sempre così durante le prime mattinate del nuovo anno. Ci si aspetta sempre che qualcosa cambi radicalmente, improvvisamente, come nelle riciclate trame dei romanzi d’appendice. Lei no, non s’aspettava nulla. Le litrate di vino e spumante non si erano portate via il governo gialloverde, e l’Italia continuava ad essere una polveriera di ignoranza e bigottismo, senza avere idea del catrame che vomitavano su bambini che giocavano ai baluardi del sovranismo da bar sport. Bambini che, con l’arrivo di Babbo Natale, divennero tutti più buoni, per ricevere i propri doni. Quel ministro continuava a condividere le foto del cenone, e la frontiera a farsi più vicina.

E lei sorrise, prendendo la decisione più importante dell’anno (anche perché l’anno era appena iniziato): “da oggi la smetto con il pandoro, almeno fino a dicembre prossimo”.

Il dramma dell’opinione pubblica

C’è una profonda differenza tra senso comune e opinione pubblica.

L’opinione pubblica è un budello oscuro di paura e conformismo, non ha identità, né volontà. L’opinione pubblica è il numero su un grafico statistico, orientabile, un’arma che ha l’illusione di decidere e comunicare qualcosa. Manipolabile da chi possiede i mezzi adeguati (e in un paese in cui il 50% della popolazione non legge libri, né ha intenzione di farlo “i giusti mezzi” equivale a bufale da social e isole dei formosi).

Il conformista svuota se stesso nella misura in cui rende più potente chi lo domina.

Il senso comune, invece, presuppone una identità derivata dalla partecipazione delle molteplici personalità che compongono la comunità. Una presa di coscenza collettiva, un reale “noi”. La partecipazione al bene comune.

Dove le singole individualità vengono meno regna il conformismo, il nulla, la mera opinione pubblica priva di scopo e presupposti, pronta a cavalcare ogni causa indicata come “necessaria” da questi canali d’informazione devia(n)ti. Quanti non-parlano del “caso di Desirée Mariottini”?

Il potere crea l’emergenza e finge di porvi rimedio, diffonde una solidarietà di facciata volta alla banalizzazione di ogni discorso. Dove c’è mediocrità non c’è realtà: l’autenticità delle cose è un affare complesso che il senso comune dovrebbe indagare. Il potere teme queste indagini, teme la presa di coscenza e l’impegno. Ha bisogno di intorpidimento e banalità e raggiunge lo scopo attraverso la semplificazione di questioni complesse.

Alla coscenza preferirà sempre la vuota e manipolabile opinione pubblica, con il suo carico di paura animale, mediocrità e voti.

Riace: utopie da NON realizzare

L’utopia è per sua natura qualcosa di irrealizzabile, qualcosa verso cui tendere cercando di avvicinarsi più possibile al modello ideale.

Molti paragonano Riace a unutopia, l’errore è proprio nel non capire che un’utopia non può per sua natura essere realizzata. Riace è un modello che tende all’utopia e – in quanto tale – deve essere apprezzato.

Non entro nel merito delle irregolarità sollevate dal Viminale in relazione ai dettagli dell’ormai noto modello d’integrazione “fuorilegge”, per chi ha interesse ad approfondire i punti d’irregolarità consiglio il breve ma esplicativo articolo di Butac (http://www.butac.it/riace-il-documento-del-viminale/). Voglio piuttosto soffermarmi su un concetto.

La disubbidienza civile è l’unica cosa che – storicamente – ha portato dei cambiamenti sociali in Italia. Nessun partito riformista, nessuna alternanza di governo, nessun ricambio della classe dirigente: null’altro che la pura e semplice disubbidienza civile.

Certo, questo tipo d’azione implica delle conseguenze, e chi l’ha portata avanti, parlo naturalmente del sindaco di Riace, Lucano, ne sta pagando lo scotto che – sono sicuro – accetta con l’orgoglio del giusto.

“Il giusto”, esatto, perché Legge e Giustizia non sono sempre dallo stesso lato della barricata e la disubbidienza civile serve proprio a ricordarcelo e mostrarlo. I prefetti e i funzionari agiscono e si esprimono come impone il loro senso del dovere, nulla da obiettare. Ma le persone agiscono e si esprimono nelle parole e nei fatti in base a coscienza e senso di giustizia. Gli stessi sentimenti che provocano il cambiamento, l’evoluzione sociale di un popolo.

Riace non è un’utopia, ma è ciò che più vi si avvicina. Non lo è a causa delle irregolarità che sembra aver dovuto compiere, ma si avvicina ad esserlo per l’effettivo, reale, beneficio che ha portato non solo alla sua comunità autoctona, ma alle centinaia di esseri umani salvati da destini ben più miserevoli.

Mi auguro che la decisione di chiudere il modello Riace venga solamente dallo zelo di funzionari troppo dediti al dovere, consapevoli del conflitto in atto tra legge e giustizia, soprattutto in una terra – la Calabria – che troppo spesso vede l’assenza di entrambe.

E sottoscrivo le parole del presidente della Regione Calabria, Mario Oliverio:

È una decisione assurda ed ingiustificata. Mi auguro che dietro tale decisione non si celi l’obiettivo di cancellare una esperienza di accoglienza, estremamente positiva, il cui riconoscimento ed apprezzamento è largamente riconosciuto anche a livello internazionale. Chiedo al ministro dell’Interno di rivedere questa decisione“.