Divento politicamente corretto

Racconto tutta la verità così come mi viene comunicata dal direttore, non ometto sorrisi compiaciuti o sdrammatizzanti, sono un ottimo portavoce, e poi il direttore di certo non ha tempo per parlare lui con la sua faccia: è in riunione.

Affondo le mani nei particolari più truculenti e scabrosi di ogni vicenda, soprattutto se si tratta di tragedie, incidenti o efferati omicidi. Intervisto i parenti delle vittime e li invito in studio, con gli assassini, e sia che i parenti perdonino i criminali, sia che giurino vendetta, ho già un copione pronto da leggere come opinione personale. In ogni caso sto dalla parte giusta, ovvero da nessuna parte, ma con l’opinione pubblica. A volte faccio io l’opinione pubblica.

Non parlo mai di politica, se non per commentare con simpatia qualche schermaglia sentimentale tra il signorotto di turno e signora, roba piú interessante, perchè parlare di politica?!

Parlo del precario che lavora due mesi l’anno perchè non ha spintarelle, ma riuscendo a omettere qualsiasi denuncia del precariato e delle spinterelle, non è mica facile, ci vuole del lavoro dietro. Se serve piango con lui.

Inserisco le immagini in esclusiva della nuova maglietta della nazionale e canto le lodi dei nostri campioni che si battono alle olimpiadi di Pechino contro l’importazione dei prodotti cinesi che ammazzano la nostra produzione. Posso aggiungere che in Cina c’è la dittatura, così posso elogiare la nostra democrazia e la nostra libertà. Ma solo se in questo periodo i cinesi non sono partner commerciali, é chiaro.

Parlo degli inquilini del grande fratello dando per scontato che tutti conoscano i loro nomi, volti e codici fiscali.

Mi intreccio nella matassa di modelle, attricette, veline, calciatori, show man, cubisti e cubiste televisive, senza trascurare il sottobosco dei personaggi più amati del grande e del piccolo schermo.

Intervisto un malato terminale che parla e piange, lo guardo con gli occhi lucidi pieno di compassione, quando si allontana commento le disavventure dell’isola dei famosi con rinnovata allegria, dopo essermi rifatto il trucco, ovviamente.

Accolgo con piacere la vecchia gloria bisognosa di riempire un po’ il conto in banca, invitandola tra applausi, sorrisi e dadaumpà, ricordando con nostalgia i tempi in cui era sulla cresta dell’onda. Affermando con sicurezza quanto lei sia bella/brava/immortale/la migliore al mondo, la “come te non ci sarà più nessuno”. Come tutti i miei ospiti, del resto.

Sì, divento politicamente corretto.

Preferireste? Facciamo “basta” con questo “Pensiero a margine”?

Lettera aperta ad AlmaLaurea

Ho ricevuto l’annuale invito a compilare il questionario di AlmaLaurea relativo all’inserimento dei laureati nel mondo del lavoro. Una formalitá, qualcosa che generalmente passa oltre nella lista di mail che ricevo quotidianamente. Stavolta peró ho deciso di soffermarmi qualche minuto a riflettere e rispondere. Non al questionario, ma alla mail stessa.

Allego qui la mia risposta, in modo da renderla in qualche modo una lettera aperta, mi piacerebbe conoscere le vostre opinioni ed esperienze.

Gentilissimi,

sono laureato ormai da diversi anni. Il mio percorso personale, accademico e lavorativo é stato complesso e spesso travagliato, come quello di molti. Di tanto in tanto ricevo i vostri questionari, i vostri sondaggi che generalmente – lo ammetto – ignoro.

Ora, prima di ignorare anche quest’ultimo sondaggio, ho voluto ritagliarmi un momento di tempo per una riflessione. AlmaLaurea é una istituzione: tutti coloro che mettono piede in un’universitá italiana la conoscono, tutti ci si relazionano, se non sbaglio c’é anche una sorta di censimento obbligatorio presso AlmaLaurea al momento della consegna dei documenti necessari a discutere la tesi. Quello che mi domando é: cosa fa AlmaLaurea? A che serve, in concreto, allo studente? Quali sono questi servizi che offre? La testata recita “un ponte tra universitá e mondo del lavoro”. Ma davvero lo rappresenta?

Facendomi un giro tra le varie sezioni del sito (a proposito, mi permetto nel mio piccolo di consigliarvi un design piú snello e moderno) ho trovato qualche informazione di massima, qualche ideuzza, qualche link esterno, una sfilza di annunci di lavoro in nessun modo diversa da quella ottenibile con un motore di ricerca per annunci qualsiasi.

Insomma, dov’é che AlmaLaura fa la differenza? Dove esprime il suo valore e il suo potenziale? Dov’é che diventa un alleato imprescindibile dello studente che intende entrare nel mondo del lavoro?
Dov’é la divulgazione professionale vera, concreta, connessa a tutte le facoltá che l’universitá italiana offre nella sua offerta formativa?

Questa mail non ha alcun intento polemico, sia chiaro. Il mio interesse é prettamente capire, comprendere l’utilitá di AlmaLaurea. Voglio sentirmi in torto nell’aver ignorato i vostri questionari finora, voglio capire la loro importanza.

Perché penso che AlmaLaurea potrebbe diventare davvero la risposta istituzionale al mastodontico problema dell’inserimento dei laureati italiani nel mondo del lavoro. Ed é deprimente vedere che tutto questo potenziale svanisce in una bolla di sapone. Fermo restando che mi auguro di essere in profondo errore.

Cordiali saluti,
Flavio Carlini


Il ruolo storico del precariato

In Italia abbiamo assistito nell’ultima decade alla nascita di una nuova categoria di lavoratori e di persone: i precari. Generalmente termine associato a chi si trova “senza fisso impiego” e passa da un’attivitá lavorativa all’altra nel giro di pochi mesi se non poche settimane.

L’impatto del precariato nel mondo culturale italiano é stato enorme, tutti abbiamo in famiglia uno o piú precari, si tratta – di fatto – della categoria di lavoratori piú estesa nel nostro paese per quanto riguarda la fascia giovanile di popolazione. L’INPS ci comunica freddamente la stipula durante l’ultimo biennio di oltre 6 milioni e mezzo di nuovi contratti a termine, piú di 2 milioni e mezzo di contratti di somministrazione e piú di un milione di contratti di lavoro intermittente. Questo senza contare le cifre degli apprendistati e dei lavori stagionali. Tra gli idonei al lavoro, circa il 16% della popolazione italiana é precaria, se contiamo che del restante oltre il 10% é disoccupata (il 32% degli under 25 a dirla tutta) é facile vedere che si tratta di qualcosa con cui praticamente tutti hanno a che fare.

Ora, io non sono certo un fan del posto fisso o del lavoro dipendente, eppure ritengo fondamentale analizzare l’impatto che ha avuto l’avvento del precariato nella cultura italiana, tanto forte da permetterci quasi di risalire al suo ruolo storico nella societá e nella cultura italiana stessa.

Abbiamo paesi vicini che hanno un rapporto con il precariato di ben piú lunga durata e di maggiore entitá, altrove, peró, la mobilitá sociale e lavorativa é un fattore economico e culturale acquisito da tempo, mentre per noi si tratta di una novitá assoluta. La cultura del lavoro italiana é basata sul lavoro dipendente, sul posto fisso e la relativa sicurezza economica che ne deriva. Un licenziamento, un cambiamento professionale sono culturalmente fonte di timore e tremore. L’incontro con il precariato é stato quindi un vero e proprio shock culturale, e ci ha portato a due risposte emotive:

  1. La paura costante di non trovare il prossimo lavoro.
  2. La tacita rassegnazione alla miseria materiale e morale.

La prima di queste risposte emotive é quella che ci tiene costantemente all’erta, e costretti ad accettare ogni condizione contrattuale, per quanto frustrante o addirittura degradante, perché in assenza di certezze o assicurazioni dobbiamo tenerci stretta ogni occasione di racimolare anche solo quei due soldi che ci permetteranno di pagare una bolletta in piú e chiedere un degradante aiuto in meno a parenti con qualche soldo in piú di noi. In questo clima di costante ricatto emotivo ed economico la risposta culturale é nella rinuncia a ogni pretesa o diritto, e nel senso di colpa derivato dal non essere mai veramente autosufficiente.

La seconda risposta emotiva é forse una conseguenza della prima, o un suo perfezionamento “antropologico”. Il principale problema nell’impatto tra il precariato e l’italianitá é infatti la questione identitaria: il lavoro, storicamente, descrive l’identitá del professionista che lo compie e questo vale dal pastore sardo (mai esempio fu piú attuale) al direttore di banca. Il precario ha preclusa la possibilitá di identificarsi con la propria professione perché non ne possiede una. Si barcamena tra molteplici identitá possibili senza mai riuscire a trovare se stesso e il proprio posto nel mondo. Non gli resta quindi che identificarsi con la figura del precario stesso, una figura che si mostra nell’immaginario culturale collettivo come miserabile e fallimentare.

Questo discorso dall’aria tanto teorica ha in realtá dei risvolti pratici e storici disastrosi. Rinunciando a ogni pretesa e diritto, pregni del senso di colpa della propria inadeguatezza materiale, accettiamo il nostro destino di miseria materiale e morale. Sappiamo infatti che ogni alzata di capo sará inevitabilmente punita nel nostro curriculum vitae, nelle nostre referenze, con dirette conseguenze sulle nostre chance di trovare il prossimo impiego. Rassegnati a questo siamo ancora piú disposti alla rinuncia del diritto, e se necessario della dignitá. In fondo SIAMO precari: quindi non abbiamo una dignitá professionale siamo degli eterni miserabili.

Il ruolo storico del precariato si configura quindi in Italia come quell’incontro culturale necessario al passaggio da una cultura del lavoro solida e fondata sul diritto a una cultura del lavoro basata invece sulla paura, sulla cessione del diritto e la generalizzata accettazione passiva dello sfruttamento. Nell’acquisizione di una identitá personale di sfruttato, di miserabile, unico responsabile della propria natura di fallito. Una percezione di sé assolutamente comoda per il piccolo o grande sfruttatore di turno.

Paradossalmente non sto con questo articolo facendo una demonizzazione del lavoro flessibile (termine ben piú nobile di precariato), come premesso non sono mai stato un fan del posto fisso e del lavoro dipendente. Ma é fondamentale sottolineare quanto sia stato disastroso l’impatto di un sistema lavorativo nuovo in un territorio che non era pronto a riceverlo né in termini strutturali né culturali. Si tratta di uno scontro che provoca sempre vittime, e la lentezza istituzionale italiana e l’ostinato conservatorismo della sua cultura sono giganti che si abbattono inevitabilmente contro ogni tipo di novitá culturale.

Verrà quel giorno
il giorno è venuto
che ricorderemo
i precari del lavoro
come alla Liberazione
con i fiori e le bandiere
i caduti della guerra
nel conflitto mondiale

Ascanio Celestini

Dobbiamo scrollarci di dosso il peso del precariato. Non si tratta di qualcosa che é possibile combattere in termini strutturali, ma culturali. Anzi, continuare a cercare soluzioni strutturali come risposte istituzionali, aiuti piú o meno validi, o rappresentanza di categorie troppo fluide per essere rappresentate, puó contribuire a ledere il nostro problema identitario.

Dobbiamo trovare la nostra identitá altrove, oppure dare nuova dignitá alla nostra flessibilitá. Non é qualcosa che sovrastrutture e istituzioni hanno interesse a fare: per qualsiasi tipo di potere, un popolo depresso e pieno di sensi di colpa é comunque preferibile a un popolo attivo e attento alla propria dignitá. Non permettiamo a nessuno di calpestare la nostra dignitá: quel posto di 3 mesi a 4 euro l’ora non risolverá mai i nostri problemi economici, ma potrebbe farci a pezzi, auto-relegandoci a un rolo da gregario, da comparsa, in quella che dovrebbe essere la nostra vita. Non guardiamo indietro, é impossibile tornare al passato, al posto fisso, alla “sicurezza”, ma cerchiamo di capire quali strade possiamo percorrere per uscire da un labirinto in cui ci sentiamo ficcati dentro nostro malgrado. Alziamoci e guardiamolo dall’alto: é l’unico modo per trovare la via d’uscita.

Quando racconto a qualcuno che ero in qualche film importante tutti mi dicono che si ricordano delle scene in cui appaio, ma io lo so che mentono. Perché la mia faccia è uguale a quella di tanti altri, di tutte le decine di comparse del film. E anche se vuoi far finta che non è vero, gli unici che ti ricordi, alla fine, quando scorrono i titoli di coda, sono i protagonisti, i buoni e i cattivi.
Quelli che la vita la vivono davvero.

Precari Abroad