Riace: utopie da NON realizzare

L’utopia è per sua natura qualcosa di irrealizzabile, qualcosa verso cui tendere cercando di avvicinarsi più possibile al modello ideale.

Molti paragonano Riace a unutopia, l’errore è proprio nel non capire che un’utopia non può per sua natura essere realizzata. Riace è un modello che tende all’utopia e – in quanto tale – deve essere apprezzato.

Non entro nel merito delle irregolarità sollevate dal Viminale in relazione ai dettagli dell’ormai noto modello d’integrazione “fuorilegge”, per chi ha interesse ad approfondire i punti d’irregolarità consiglio il breve ma esplicativo articolo di Butac (http://www.butac.it/riace-il-documento-del-viminale/). Voglio piuttosto soffermarmi su un concetto.

La disubbidienza civile è l’unica cosa che – storicamente – ha portato dei cambiamenti sociali in Italia. Nessun partito riformista, nessuna alternanza di governo, nessun ricambio della classe dirigente: null’altro che la pura e semplice disubbidienza civile.

Certo, questo tipo d’azione implica delle conseguenze, e chi l’ha portata avanti, parlo naturalmente del sindaco di Riace, Lucano, ne sta pagando lo scotto che – sono sicuro – accetta con l’orgoglio del giusto.

“Il giusto”, esatto, perché Legge e Giustizia non sono sempre dallo stesso lato della barricata e la disubbidienza civile serve proprio a ricordarcelo e mostrarlo. I prefetti e i funzionari agiscono e si esprimono come impone il loro senso del dovere, nulla da obiettare. Ma le persone agiscono e si esprimono nelle parole e nei fatti in base a coscienza e senso di giustizia. Gli stessi sentimenti che provocano il cambiamento, l’evoluzione sociale di un popolo.

Riace non è un’utopia, ma è ciò che più vi si avvicina. Non lo è a causa delle irregolarità che sembra aver dovuto compiere, ma si avvicina ad esserlo per l’effettivo, reale, beneficio che ha portato non solo alla sua comunità autoctona, ma alle centinaia di esseri umani salvati da destini ben più miserevoli.

Mi auguro che la decisione di chiudere il modello Riace venga solamente dallo zelo di funzionari troppo dediti al dovere, consapevoli del conflitto in atto tra legge e giustizia, soprattutto in una terra – la Calabria – che troppo spesso vede l’assenza di entrambe.

E sottoscrivo le parole del presidente della Regione Calabria, Mario Oliverio:

È una decisione assurda ed ingiustificata. Mi auguro che dietro tale decisione non si celi l’obiettivo di cancellare una esperienza di accoglienza, estremamente positiva, il cui riconoscimento ed apprezzamento è largamente riconosciuto anche a livello internazionale. Chiedo al ministro dell’Interno di rivedere questa decisione“.

Numeri clandestini

Non volevo parlare di politica. O meglio, non volevo parlare di partiti, di politici, dei vecchi e nuovi mostri della mediocrità al potere.

Non guardo ai politici con la rabbia di qualche anno fa, lo faccio ultimamente con una certa tristezza, con l’amarezza che il palazzo sarà sempre incapace di rispondere a qualsiasi esigenza umana, dove l’umanità è ridotta a una serie di cifre, di conti da far quadrare, di voti da raccogliere.

Numeri, numeri alti, talvolta troppo, di disoccupati, di violenze, di sbarchi, di chi non riesce neanche a sbarcare. Mentre si perdono i volti, la carne e il sangue degli esseri umani nascosti abilmente dietro al numero, dietro al non-umano, alla non-persona di un 1, 2, 3, 4.

Sono sempre stato scarso in matematica, non ho mai capito i numeri e forse non ci ho nemmeno provato, quel che ho sempre fatto è cercare di capire le persone, osservando, ascoltando, ragionando.

C’è un neo-ministro che ama parlare, e che ama i numeri, quelli dei sondaggi, dei voti, delle preferenze, e che riesce a muoversi attraverso di essi con l’abilità di un matematico. Non ne farò il nome perché è fin troppo facile capire a chi mi riferisco, e ogni volta che si scrive quel suo (paradossale, dato il significato) cognome sulla rete il suo ranking su Google cresce, e io – come ho detto – non sono un fan dei numeri.

Questo ministro dice con tanta disinvoltura che non metterebbe mai sua figlia su un barcone a rischio affondamento. Incapace di capacitarsi di come sia possibile per dei genitori mettere a rischio la vita di un figlio sperando in non si sa che cosa.

Quando capisci solo i numeri forse perdi di vista le persone. Bisogna vedere per capire. Bisogna vedere i bambini siriani che suonano tamburi improvvisati tra le strade di Smirne e Bodrum racimolando qualche soldo con cui comprare salvagente inutili con cui sperano di affrontare il Mediterraneo a gennaio, venduti da negozianti senza scrupoli. Bisogna vedere per capire, ministro della matematica. Orfani di genitori spazzati via da guerre alle quali (anche) noi offriamo il massimo supporto. Orfani dai 4 agli 8 anni che vivono tra i cartoni per le strade, tutti insieme, formando nuove famiglie di bambini. Molto spesso non c’è alcun genitore a mettere quel figlio sul barcone, ministro.

Sono questi i volti dietro i tuoi numeri.

Sono questi i rifugiati, i clandestini di cui avete tanta paura.