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Sogni riciclati

Apro la porta di quel sottoscala lercio che Frantisek chiama “bilocale in centro”. Vado a colpo sicuro, tanto tiene sempre la porta aperta perché ha la toppa fracassata con mezza chiave spezzata dentro.
– Ehy, Novak, allora sei vivo?
– Non certo grazie a te, Frak.
– Non ce l’hai ancora con me per l’acido nella birra, dai?
– Ti pare una cosa normale?
L’unica cosa che mi impedisce di mettergli le mani addosso è la vista di Lenka. La vista dei suoi capelli spettinati biondi, di spalle, mentre agita un cucchiaino in una tazza di caffè. La felpa grigia le cade troppo grande addosso ma non la copre abbastanza, dato che indugio sulla linea del sedere che accompagna il tessuto chiaro delle mutande.
– Hai finito di guardarmi il culo? – Mi chiede, voltandosi.
– Non c’è molto altro da vedere qua dentro. Di decente almeno. A proposito, come fai a stare scalza in questo schifo?
– Sei il solito perfettino.
Lenka e Frak si fanno una risata alle mie spalle e io incasso, in fondo in quello scherzetto all’acido c’entrano tutti e due.
– Che poi sei un bell’ipocrita. – Dice lei e il fatto che mi sorrida non rende più facile mandare giù il fatto che viva con quel coglione di Frantisek, invece che con me. – Dici tanto che viviamo nello schifo ma sei sempre qui. Eppure una casa ce l’hai.
– Afferrato. Me ne vado. – Rispondo piccato.
– Ma dove vai, scemo? – Frantisek mi ferma mentre Lenka mi guarda quasi con aria di sfida. Lui mi allunga una birra che accetto con un certo sospetto.
– È sigillata, cretino. Ti pare che vado a sprecare quella roba con te che non sai apprezzarla?
– Cosa c’è da apprezzare nel non capire un cazzo e svegliarsi in mezzo alla statale?
Lui scuote la testa, senza speranza, lei mi spinge dolcemente una spalla con la mano: – prima o poi ti lascerai un po’ andare, sei troppo teso, Jan. Ma si può sapere che vuoi dalla vita?
Sfilo la linguetta alla lattina di birra che rilascia il suo dolce suono. Mi faccio un sorso e ci penso su.
Che cazzo ne so che voglio dalla vita. Che ne sa Lenka, o Frak, persi dietro i loro sogni da hippie sugli acidi e le porte della percezione. Tutte cazzate di un’altra generazione.

Come biasimarli in fondo? Cosa resta alla nostra? Dobbiamo tutti ricorrere a sogni riciclati, perché i nostri sono andati a puttane prima ancora di essere partoriti.

Allora abbiamo due scelte: fingere che i sogni degli altri non siano già falliti e percorrere strade che ci porteranno al nulla oppure mollare e dargliela vinta.

A chi poi?

Buttarsi su quelle porcate di facile consumo, super televisori, macchine, villette al mare o masturbazioni hi-tech, preferibilmente con qualche sacrificio da fare in modo da ricavarci uno straccio di soddisfazione. Qualcosa che dia da mangiare al narcisismo e che appaghi, per un po’ e per finta, la frustrazione. Che poi è sempre lì, a divorarti come un tumore.

E poi se tutti, sacrifici o non, possono ottenere qualcosa, per forza è roba mediocre, stupida; le idee vere, la volontà, l’affermazione, la ricerca del senso non è roba che si può impacchettare e rivendere. O forse sì, tipo le magliette di Che Guevara. In fondo pure le ideologie sono brevettate, marchiate, inscatolate e vendute. Chi ha la presunzione di perseguire un romantico ideale ha i suoi gadget, le sue bandiere e i suoi programmi, abiti e stili di vita prestabiliti e commercializzati.

Come Lenka e Frak e i loro acidi del cazzo, e il loro lurido bilocale in centro nella cantina di un palazzo qualsiasi.

Comprare e vendere idee le priva di ogni significato.

Ogni bandiera viene prodotta in serie e imballata, comprata e affissa ovunque mentre il suo significato scompare. Il simbolo evapora come l’idea che rappresenta.

Ogni cosa perde importanza, così come la vita che sprechiamo dietro a quella stessa cosa. Nonostante questo ci ammazziamo di straordinari per permetterci immondizia, ma le auto nuove e i vestiti di Gucci non hanno mai curato un cuore malato.

Perchè non limitarci a una vita di cacciatori-raccoglitori? Magari saremo più felici. Altra cazzata, in fondo, pure quella è un’ideologia.

Siamo vacche da ingrasso, bisogna che me lo metto in testa. Ci mettono in un pascolo, ci piazzano il recinto, si chiama Repubblica Ceca, Slovacchia, Germania, Italia, e ci insegnano pure ad amarlo il recinto. Poi ci ingozzano con il nostro stesso letame, ci mungono tutta la vita e, quando non possiamo più produrre, ci ammazzano e ci squartano per venderci a peso in qualche macelleria di periferia.

– Quindi? – Domanda Lenka, mentre scolo la birra assorto nel nulla.
– Boh. Cazzo ne so cosa voglio fare? Ce l’hai un’altra birra, Frak?
– Certo, Novak. E forse ho pure un’idea su qualcosa da combinare. Prendi una sedia e muovi il culo.

Fino a qui tutto bene è una serie di racconti che fa da prequel a Venti giornate al rogo, edito da Edizioni Efesto. Se apprezzi questi racconti, molto probabilmente il romanzo fa al caso tuo!

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