Ogni volta che torno

Ogni volta che torno in Italia ho sempre una sensazione ambivalente. Da un lato vedo un paese sempre più stanco e rassegnato, dall’altro una inesauribile speranza che le cose non peggiorino.

Non si spera nel miglioramento, ma nel non-peggioramento.

E la gente fa di tutto per distrarsi: pensa al calcio, all’immigrazione, alle sterili litigate sui social, ai selfie, all’ultimo all-you-can-eat aperto vicino alla stazione centrale. Si distrae e non pensa alla miseria morale e materiale di cui si circonda.

Questo é un chiaro meccanismo di autodifesa, lo attiviamo perché abbiamo una gran paura di affrontare seriamente le cose, paura di renderci conto che gran parte del nostro problema siamo noi stessi, italiani, eternamente artefici della nostra stessa insoddisfazione.

Preferiamo la distrazione costante, perpetua, se va bene, o cercare un nemico da additare e contro cui sguinzagliare certi cani che votiamo come nostri degni rappresentanti.

Mi piacerebbe tornare in un’Italia che si rimbocca le maniche, che smette di lamentarsi a vuoto e si arma per reagire contro i soprusi inflitti dalla propria passivitá. L’Italia ha bisogno della più cruenta delle rivoluzioni: la rinuncia all’indulgenza verso se stessi. Da lí in poi la strada sarebbe tutta in discesa, significherebbe crescere, maturare, come persone e come popolo.

Parlate tanto di sovranità: ma quale sovranità potrà mai esercitare un popolo di bambini capace solo di dire “ha iniziato lui”?

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